![]() CARNEVALE Le festività legate al Carnevale in Alessandria della Rocca, come del resto anche nei paesi limitrofi sono notevolmente mutate negli ultimi decenni, costumi, balli, botti non sono più quelli di una volta. L’urtima sira, così chiamata dai nostri nonni perchè l’indomani iniziava la Quaresima, era occasione per le famiglie di stare assieme a tavola e gustarsi delle prelibatezze che avrebbero poi mangiato nuovamente a Pasqua. A carnevale, ora come allora ci si mascherava. I vestiti erano per lo più degli abiti dimessi e vecchi; spesso gli uomini si vestivano da donna indossando l’abito di matrimonio della propria moglie, si un si n’avianu fuiutu, se cioè non erano fuggiti di casa per andare, oggi si direbbe, a convivere. E le donne da uomini, in modo da sembrare buffe. In fondo Carnevale era questo; passare spensieratamente quei giorni di festa all’insegna del ballo e del divertimento, senza troppi sfarzi, anche perché pochi potevano permetterseli. Si usciva a gruppi ed in maschera, per non farsi riconoscere, per le vie del paese, con in testa lu Vastuneri - figura ormai conosciuta solamente dalle persone più anziane di noi- cioè guidati da un uomo che andava bussando nelle case degli alessandrini dicendo: Chi tiniti sonu?, cioè: E’ qui la festa? Si balla. Ed allora il padrone di casa li faceva accomodare, offriva qualche dolce tipico o un ciciri caliati, un buon bicchiere di vino e li invitava a ballare. Quasi sempre le case erano anguste ed allora alla fine di ogni ballo ci si metteva da parte per far ballare gli altri. Spesso si sentiva qualcuno che ripeteva: Cu abballà a la scala, cioè chi ha finito di ballare si sistemi -o provi a sistemarsi- nella scala, l’unico spazio disponibile. Il giorno di Carnevale, o meglio nel pomeriggio, verso le quattro, quando i contadini ritornavano dalla campagna più presto del solito, iniziavano i festeggiamenti di l’"urtima sira". Le famiglie si riunivano; i nostri nonni ci tenevano tantissimo, forse più della festa della Madonna, a che tutti i loro figli, o almeno quelli che al momento non erano emigrati in Svizzera, Germania o Francia, sedessero a tavola con le proprie famiglie la sera di Carnevale. I lauto pranzo consisteva in un primo costituito da pasta fatta rigorosamente in casa e "nisciuta nni l’arbitiu" col sugo di castrato; carne a sugo per secondo e l’immancabile cassata che le nostre nonne abilmente preparavano per tutti nipoti assieme a "cannola ‘nfurnati" con ripieno di crema di latte. In quasi tutte le case, infatti, c’era una capra e SI QUAGLIAVA LU LATTI, si faceva la crema, la cassata, con sopra tanti verdi pistacchi . Al termine ci si preparava per uscire in maschera o per aspettare in casa qualche MASCARATU, che dopo aver bussato ed entrato in casa iniziava a scherzare cercando di farsi riconoscere tra le risa e le burle di tutti i presenti e tutti si mettevano a ballare tarantelle, contradanze e quatriglie. |