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Si cunta e s'arraccunta...u' billissimu cuntu, s'un nni lu sacciu raccuntari, amici mii ma tà scusari. E' l'inizio di tutti "li cunti" che raccontavano i nostri avi, prima, i nostri nonni poi, nelle lunghe sere d'inverno, " 'ntunnu a la brascera". Questi "cunti", con la loro varietà e la loro ricchezza, hanno documentato da soli la vitalità della tradizione folkloristica siciliana, anche dove essa mancava; vitalità di un materiale tradizionale che si è storicizzato sulla bocca di individui, che narravano e che ascoltavano in un determinato ambiente: sia questo il paese o il vicinato o la famiglia (ove per famiglia debba intendersi quella allargata ai parenti più prossimi: zii, cugini, fratelli, sorelle ecc.). Nella maggior parte i narratori di queste favole sono state delle donne che, nella cerchia familiare o nell'immediato vicinato del quartiere, le avevano apprese dalle proprie nonne, che, a loro volta, le erano state raccontate dalle loro madri... Ma questi "cunti" si raccontavano solo ai bambini o anche agli adulti? Sembrerebbe che fino all'immediato dopoguerra, in ambiente contadino, le fiabe non si erano ridotte a narrazioni per soli bambini, ma erano comunemente raccontate ad un pubblico di grandi e piccoli insieme. "Li cunti", ad ogni, modo erano caratterizzati dal novellatore, la cui proprietà e ricchezza di linguaggio li rendeva più o meno drammatici, o più o meno divertenti. Era proprio questa viva partecipazione di chi li raccontava e le considerazioni personali che vi infondeva che li rendeva più coloriti. Infatti, il carattere esclusivamente o prevalentemente orale della trasmissione o tradizione dei testi, l'atteggiamento di libera appropriazione con cui i testi venivano quotidianamente "usati" dai loro fruitori ed il fatto che i testi passavano di "bocca in bocca" senza o quasi tramiti scritti e ad ogni passaggio, e ad ogni nuova ripetizione da parte dello stesso individuo, sono stati l'esempio di come gli stessi sono stati trattati: proprio come di cosa di libera disponibilità, come una sorta di proprietà comune, di tutti e di nessuno, della quale ciascuno poteva fruire, adattandola alle proprie esigenze, ai propri gusti, alle proprie capacità, ai propri stati d'animo, alle varietà delle situazioni esterne ecc. Ed ecco che molto spesso colui o colei che raccontava la favola, quasi magicamente, si calava talmente nel racconto che, alla fine, ne diventava protagonista (La povira di mia mi truvavu ddra e dissi: Ora cci vaiu vidè!?, Axxiavu du tarì: unu lu persi, l'atru mi cadì!) . Seguendo gli insegnamenti del Pitrè, il più grande studioso e raccoglitore della tradizione orale siciliana, che ha raccolto ogni cosa "dalla viva voce del popolo minuto e privo affatto d'istruzione", anche noi abbiamo cercato di raccogliere "dalla viva bocca il dettato popolare...", attraverso registrazioni video e audio, alcune effettuate oltre 25 anni fa, che gelosamente custodiamo. Queste "leggende del popolo" non vanno rielaborate, ma va conservata la trascrizione parlata e la pronunzia propria. Le interpretazioni dei vocaboli non registrati nei lessici vanno trasmesse per come provengono dalla bocca dei popolani. E noi li abbiamo trascritti in dialetto "Sciannirisi", con assoluta fedeltà, sottolineando così l'importanza del dialetto, la necessità di non disperderlo, ma di potenziarlo, invece, con l'insegnamento a scuola della grammatica e del vocabolario dialettale. Parafrasando Ernesto Monaci "Il dialetto riflette tutta e sincera e più vivida, con le sue infinite rifrazioni, l'anima nazionale". La difficoltà maggiore, che abbiamo trovata, è stata la trascrizione di alcuni termini: infatti grandi e svariati sono i suoni e qualunque segno grafico ordinario riesce sempre inefficace a renderli. Inoltre proprio perchè le forme dialettali in genere, molto spesso, usano una terminologia particolare che tradotta in italiano non avrebbe lo stesso significato o perchè non corrisponderebbe ad essa il termine esatto. Non si sono ripetuti intercalari che ricorrevano con eccessiva frequenza (dici -non come verbo- che a volte ricorreva fino a 30 volte su cento parole) e si sono spostati periodi ricordati tardivamente dal narratore e inseriti in un punto improprio, tale da compromettere la traduzione del testo; per il resto la trascrizione è stata fedele. Un altro punto che ci è sembrato doveroso affrontare riguardava la trascrizione di alcuni termini o detti, facenti parte di una letteratura oscena e di un linguaggio volgare -proprio alessandrino-, che si manifestava spesso in questi "cunti"; è stato però il principio della fedele trascrizione della favola a prevalere; ciò ci ha permesso di superare quest'ostacolo che poteva rendere il lavoro in parte monco. Sappiamo benissimo infatti che questa terminologia era usata proprio arricchire "lu cuntu" e renderlo più colorito (Ddri tappinari di li me soru..., buttana di la maiddra). Tutte le favole che vi presentiamo mostrano dei tratti comuni nelle descrizioni del mondo dei re e dei nobili e, per converso, del mondo miserabile dei contadini; questi tratti comuni storicizzano le favole e le collocano senz'altro in una Sicilia con la storia secolare di corti e di re, di feudatari e di nobili e di signorie, di miserabili contadini senza terra. In queste novelle niente è arbitrario; ma vi sono certe formule consacrate dall'uso e perpetuate dalla tradizione orale. Posta come insuperabile e immutabile barriera dell'incipit della favola siciliana, che deve essere sempre "Si cunta e s'arraccunta..." è la stessa favola a porre i termini dell'infrazione. Il linguaggio ritualizzato della favola contiene in se stesso il meccanismo del suo superamento: l'infrazione, cui conseguirà un premio (tesoro, le nozze con la figlia del Re, ecc), viene superata dall'eroe o dall'eroina in presenza di un aiutante magico (Vecchiu ddrau) o di un oggetto magico (Friscalitteddru, Mazzaruccheddru) o di un animale (L'acello, l'Aquia). Pitrè affermava che "La favola non ha niente di arbitrario, una rigorosa norma regola tutto, regola anche la possibilità di infrangere se stessa". A volte le favole sono mezzi incantevoli e sovrannaturali, ma puri, morali e consacrati dall'uso per guadagnarsi la possibilità d'amore per il personaggio travestito (Eroina travestita da medico erbario: eroina sempre intraprendente, e con doti di perseveranza e di astuzia, di pazienza e di bravura). Calvino nota "Di solito la corte dei re delle fiabe popolari è qualcosa di generico e di astratto, un vago simbolo di potenza e di ricchezza; in Sicilia, invece, re, corte, nobiltà sono istituzioni ben precise, concrete, con una loro gerarchia, una loro etichetta, un loro codice morale: tutto un mondo ed una terminologia d'invenzione, di cui queste vecchiette analfabete sfoggiano una minuziosa competenza "... Anche la storia contadina viene registrata nelle favole di magia, dove viene descritta l'estrema miseria della famiglia contadina, la partenza del protagonista o della protagonista per mancanza di mezzi di sussistenza, alla ricerca di erbe, di cavoli, di cicorie per sfamarsi, o in cerca di fortuna: "Mi nni vaiu spersu pi lu munnu, addiu e la vintura...! Spesso in estreme situazioni scatta l'aiutante magico "L'acello" o "La juminteddra" che parla e suggerisce la soluzione e le prove che dovrà superare. Troviamo anche antagonisti all'eroe o protagonista e truffatori che lo derubano spesso: ad esempio i frati -monaci-, (Patri Favianu nella favola: Porcu o Troia?), nel tipico ruolo di approfittatori che hanno nell'aneddotica popolare. Anche la giustizia gioca un ruolo non certamente secondario. Il Re che ordina di tagliare la testa (Cumpari Mmroglia e cumpari Sbroglia). Infine il ritorno a casa: la favola, commovente spesso nel suo lieto fine, che altro non è che il raggiungimento della situazione serena, testimonia con descrizione di questa beatitudine, di una concezione di vita, dei rapporti con la moglie ed i figli, e quindi si fa documento storico. "Quannu vittiru tutti ddri sordi li soru lu ieru a squagliari a vasati!..". La favola si concludeva con il rituale: Lu cuntu è lestu, lu cuntu è finutu, un sacciu si a vatri v'ha piaciutu; seguito da: Favola ditta, favola scritta, diciti la vostra, ca la mia è ditta; o ancora da: Lu fumu c'acchianava di la ciminia, tutti cosi passaru 'n manu a mia! quasi a voler ancora sottolineare la viva partecipazione di colui o colei che per ore aveva tenuto i presenti legati a quel racconto. Dott. Nino Raineri BIBLIOGRAFIA |