PRESENTAZIONE DEL LIBRO  Sorretti da un sentimento di viva partecipazione alla propria terra, attraverso il lungo viaggio della memoria alla ricerca di frammenti del passato, con la loro incrollabile fedeltà alle radici ecco che gli autori Nino Raineri e Gioacchino Patrinostro, ci offrono un’opera nuova, frutto di un’attenta ricerca  in cui si coglie ancora una volta il loro impegno storico, unito ad una fantastica trama.

Gli “Oleandri di Elisabetta Barresi” rappresentano la comunione di due stili, un connubio vincente che nella fusione hanno dato vita ad un romanzo dal linguaggio sciolto, scorrevole volutamente intercalato da espressioni dialettali quasi a suggellare l’autenticità di chi le pronunciava o a scolpirne nel lettore il loro immutato significato; termini come mazziannusi, arrizzulannusi, murmuriannusi…danno una pennellata di colore locale allo stile, che rientra in questo modo nel quadro della ricerca realistica degli autori.

Erano anni che Nino e  Gioacchino esternavano  il desiderio di voler parlare di una vicenda, parte inventata  parte no, imperniata su una figura importante per Alessandria della Rocca, la barunissa Donna Elisabetta Barresi, che ha lasciato, nei monumenti fatti da lei costruire, la testimonianza del suo grande amore per  questo nostro paese, chiamatosi prima Alessandria della Pietra poi Alessandria della Rocca a seguito del ritrovamento della statuetta della Madonna in una rocca appunto.

Dunque la storia della vita della principessa Elisabetta si intreccia con questa vicenda così sacra agli Alessandrini, e non a caso gli autori hanno voluto unire questi due importanti elementi facendo svolgere tutta la vicenda nella settimana che precede la Festa della Madonna  della Rocca, che cade ancora oggi l’ultima settimana del mese di agosto e che è la più importante festa del paese  proprio perché in  onore della Patrona.

Il romanzo, in virtù della presenza di elementi come l’ambientazione storica della vicenda narrata, l’invenzione, la fantasia che risultano essere strumenti indispensabili al dipanamento della situazione fino all’epilogo stesso, costituisce il primo “romanzo storico” di questi due autori; un romanzo, il quale è anche un giallo che pure se non ha la forma di un grande affresco che recluta una pletora di personaggi, è improntato su una storia che si fa apprezzare per come è stata costruita, che esalta la figura della protagonista, la sua verità psicologica, la sua ricchezza  umana di fronte ad improvvisi avvenimenti. In lei, delicata e forte, sincera e attenta padrona dell’allora piccolo borgo del “Vescovado di Girgenti”, il popolo, i preti perfino gli Inquisitori vedevano quello equilibrio morale che incoraggia ogni umano impulso verso il retto sentire e retto operare e, ancora una volta, essa esce vittoriosa contro il sistema di repressione e di giustizia in vigore.

Il vero romanzo storico in Sicilia lo abbiamo nel secondo Ottocento ed è, a ben guardare, proprio quello di De Roberto, che con «“I Viceré” si pone a capo d’una vena particolarmente feconda nella letteratura siciliana, che attinge alle fonti della delusione risorgimentale» come ci ricorda Ferdinando Imbornone nella sua “Sicilia”.

Come De Roberto i nostri autori addentrano la storia nel mondo aristocratico e come il De Roberto il narratore non è nascosto, ma è indagatore curioso di scoprire, come dice De Roberto stesso “i retroscena delle anime”.

E’ una forma di romanzo che indaga, si allea con un metodo psicologico fatto di dialoghi raffinatamente e coraggiosamente intessuti da continue meditazioni, nel tentativo di raggiungere il cuore della verità, e da continue descrizioni dell’animo della protagonista stessa, di questa donna che sembra essere scesa da quel busto marmoreo che eravamo abituati a vedere nella Chiesa del Convento e, indossati gli abiti che più le si addicono, sembra muoversi e pensare con noi.

Ne deriva un romanzo livellato nella personalità della principessa, nelle reazioni, nei suoi sentimenti,con in gioco la luna o la notte chiamate ad essere partecipi della sua angoscia o la natura stessa che quando viene evocata sembra aderire unitamente alla vicenda.

L’interesse degli autori è catalizzato verso la “barunissa”, come amano chiamarla li Sciannirisi,elegante, austera, avanti negli anni ma dal sicuro intuito, che non si tira indietro di fronte ad un nefasto evento ma va in fondo alla ricerca della verità e della giustizia.

Ma come tutti i romanzi storici, per i quali è richiesta un’attenta raccolta di documenti, anche qui al “metodo subiettivo” si contrappone quello oggettivo ed impersonale dei documenti dei riveli che al di là della ricerca storica, vera, danno un quadro piuttosto chiaro  e reale delle  condizioni economiche dell’Alessandria di allora (1651), che diventava sempre più grande e prosperosa e di chi la governava e gestiva al quale spettava il misto e mero imperio cioè “aveva potere di vita e di morte sui sudditi”.

Il romanzo si apre con la rappresentazione notturna della campagna attorno ad Alessandria della Pietra, e, come l’occhio di una cinepresa che avanza focalizza la sua attenzione, piano piano sempre più vicino verso una dimora fino ad entrarvi e in una stanza ecco apparire la protagonista del romanzo; la narrazione ci porta a stretto contatto con l’animo della principessa e, per tutto il romanzo, cammineremo a braccetto con la sua austerità, la sua  angoscia, la sua debolezza, la sua astuzia, la sua prova di forza, il suo coraggio, la sua religiosità, la sua ansia, che ne dipingeranno l’animo lungo tutta la storia e, grazie alla delicata descrizione fatta di lei fin dalle prime pagine del romanzo, riusciremo anche ad immaginarcela.

La vicenda si intreccia attorno ad un delitto quello di Giuseppe Sfirlazza, amministratore dell’enorme patrimonio dei Barresi, poco amato perché spietato e senza scrupoli. La principessa con l’aiuto di Don Pietro Prezia cerca di indagare e scoprire l’assassino, ma mentre si attendeva l’arrivo degli inquisitori ad Alessandria, un altro  triste fatto complica veramente la situazione.

E’ innegabile che nel romanzo vi siano i segni perspicui della volontà a rievocare alcuni fatti intessuti di leggenda e verità come il ritrovamento della statuetta della Madonna da parte di una cieca, il caso della Furia e delle sue magarie e la storia della carcerazione di don Pietro Prezia  a palazzo Steri di Palermo.

Gli alessandrini sono presenti nel romanzo come elemento unico; la gente o il popolo nel quale si colgono i riflessi di una civiltà antica, viva sotto certi aspetti nelle credenze, nelle superstizioni, nelle leggende, nei riti, o spiccano i segni di una semplice umanità, con i suoi vizi e allo stesso tempo ingenua che fa dire ad un notabile alessandrino queste parole: «…Si vede che non conosce l’arte dello sparlare….Si ricordi che quello che dice la gente ha sempre un peso enorme…» mentre, come tutti, sta cercando delle risposte  agli avvenimenti che stavano accadendo nel paese.

Credo che i due autori, pur con stili diversi, siano riusciti ad integrarsi e a completarsi ed abbiano assegnato a questo romanzo il compito di risalire al passato, al nostro passato, per non trascendere il nostro presente e ciò per avere una conoscenza più completa della nostra cultura, della nostra natura.

Con questo lavoro Nino Raineri e Gioacchino Patrinostro si sono guadagnati un posto più grande nel panorama della letteratura alessandrina ed è vero che una terra provvida di un suo autore guadagna il più grande dei doni che siano graditi a una cultura: la memoria.

Roberta Chiaramonte